PATTI E IL PENDOLO DI MONDO

Recensione di: 
Critica

Percorrendo il complesso e ricco percorso artistico di Armando Patti, ci soffermeremo su quello che rappresenta un nucleo forte del suo itinerario espressivo: sulle opere L’ora intemporenea (1990) e Il gaio corpo (1995). Certo Avanguard’aria del 1977 è tappa importante del cammino poetico di Patti, il luogo in cui vengono affilati e messi alla prova strumenti linguistici, sintattici ed espressivi.

Qui, tra ironia e volontà di esplorare i territori dell’avanguardia attraverso un cammino rigorosamente critico, Patti si muove a costruire un discorso intorno a lingua ed espressione, in cui rivela, tra l’altro, una non più rattenuta gioia creativa, e in cui trasfigura quel barocchismo che gli era pur stato notato in Nelle ore mobili, dall’attento Jacobbi. Avanguard’aria, oltre a sottoporre a una critica rigorosa da un versante, in un certo senso palazzeschiano, la neoavanguadia, è un laboratorio, dentro il quale Patti, come un alchimista, discioglie la sua poesia, per coagularne un’altra. Una poesia in cui viene messa al centro l’importanza della parola in sé, e che giunge ad essere permeata da una forte coscienza nominalista. Del resto nella poesia, che viene concepita come costruzione intrinsecamente polisemica, coesistono complesse stratificazione dei segni, in cui trova posto un uso della parola, il suo carico di significato, ma anche il suo suono. Nel successivo Terra d’uomo pare quasi che il pendolo inventivo di Patti abbia compiuto una intera oscillazione, per riprendere, dopo l’ubriacatura di Avanguard’aria, un discorso interrotto, ma non concluso. Si ha l’impressione che con queste due opere siano stati toccati due estremi formali, due parentesi opposte, all’interno delle quali può essere immaginata tutta la produzione artistica di Patti.

 

[Scarica il testo completo in pdf]

Scritta da: 
Massimo Giannotta
AllegatoDimensione
Sul Pendolo di mondo.pdf15.95 KB

Appuntamenti