Le Rose di Sirmione

Autore: 
Lidia Gargiulo
Pagine: 
104

Note di lettura - Roberto Scarcia: Catulli reditus - Chi fosse precisamente Catullo, che cosa sia stato nella vita vera, che cosa abbia fatto nei trenta anni d’esistenza che gli si accreditano, nessuno sa; così come nessuno ad esempio sa neanche con approssimazione quale sia stata, per non dire d’altro, la realtà «ambientale» – come usa dire – dell’altro transpadano illustre del I secolo a. C.,→

ma di tanto inferiore a lui per rango e per censo, il portentoso Virgilio partorito, dicono, tra le canne palustri d’un viottolo di campagna che accompagnava le sponde di uno dei laghi mantovani del Mincio.

Solo che Catullo, supposto nato a Verona in una famiglia di cittadini romani trapiantati in terra provinciale o anche di essa originarii, volle, nello svelarsi poeta, rivivere seppure in colta chiave alessandrina, come tutti gli intellettuali romani del tempo suo, il genere arcaico della poesia lirica greca fondato da Saffo e da Alceo, dove compariva prepotente e fortemente stilizzato – per la prima volta – l’io dell’autore, coinvolto in passioni non solo strettamente esistenziali, come le differenti e contraddittorie risposte individuali alle comuni pulsioni amorose, ma anche e più correlate alla vita politica della patria Mitilene (e che altro si propose di fare, d’altronde, lo stesso Orazio augusteo, Apollo sa con quanto altrettale mirabile convenzionalità di temi e forme espressive? E chi meglio di Orazio seppe esprimere la logica intrinseca di un legame affettivo profondo nella sintesi suprema del suo tecum vivere amem, tecum obeam libens?). E siccome di altri lirici latini, “lirici” sia nel senso dell’estetica antica sia nell’accezione moderna che il termine ha acquisito, si è perduta ogni traccia, ecco che di qui ha origine tutto, ossia ha origine la tentazione, in quanto tale solo e affatto romantica e tuttora assai poco eludibile, di assolutizzare il rimanente e di leggere una consistente porzione dei componimenti tràditi sotto il nome di Valerio Catullo trasformandola nelle pagine di un diario e facendone emergere tutti i rotti sviluppi di un travagliato ménage erotico, contrappuntato di tutti i colori che ogni vicenda d’amore può offrire al contrastato scambio di sentimenti d’ogni coppia di “poveri amanti”. E sia bene così, mutare Catullo da ‘doctus’ a ‘docilis’, purché, s’intende, non si osi di più nel ricavare sostanza dalla lettura dei suoi versi, come taluno con tenace ricorrenza ha voluto fare e la bibliografia critica dimostra, giacché in verità occorrerà alfine ammettere che la letteratura appaga se stessa di per se stessa. E purché si rammenti, che so, o quanto meno si dia per sottinteso e acquisito in premessa il carattere indecifrabile della personalità effettiva, umana e storica, della stessa protagonista femminile di tutte queste avventure, che adesso prepotentemente risorge: charme e “temperamento” di Lesbia, o Clodia che dovesse essere, erano quelli della catilinaria Sempronia di cui ci fa cenno Sallustio? O della Fulvia consorte del triumviro Antonio? O insomma di Livia? Oppure della Quintilia di Calvo? O di ancor più sfumate figure, o addirittura fictae puellae, quali sarebbero state la Cinzia (Hostia?) di Properzio, o la Perilla (Metella?) di Ticida, o la Neera (?) di Ligdamo (?), o la Delia (Plania?) di Tibullo, o sopra tutte infine la Corinna (?) di Ovidio? O che cosa altro, ancora? Non solubile mistero di tante donne che affollano la classe dirigente già della Roma repubblicana. Il fatto più importante, alla resa dei conti, filologici ed estetici, è che ad ogni modo in un tempo imprecisato e grazie a un’iniziativa non ricostruibile o alle irrecuperabili ragioni d’una committenza privata, un editore incognito ricavò dall’opera d’assieme firmata “Catullo” ancora a disposizione sua e dei suoi contemporanei una consistente antologia, accuratamente ridistribuita per metri e non per contenuti: e si sarebbe tentati di aggiungere “scolasticamente” ridistribuita con intendimenti pratici se Catullo fosse stato autore per le scuole, quale mai invece fu per tutti i secoli dominati dalla pedagogia antica, ovvero per sempre fino – come si accennava – al tempo del romanticismo. E giacché, come affermò autorevolmente un importante maestro di lingua dell’età imperiale quale Terenziano Mauro, pro captu lectoris habent sua fata libelli: ogni pubblicazione di letteratura ha il suo proprio destino; anche il libello dei libelli, il ristrutturato volumetto di Catullo, ebbe il suo fato: una esilissima tradizione manoscritta riemerse in tempi d’umanesimo, minuscolo rivolo carico di splendore formale e d’arte serbato dall’imponderabile casualità dei corsi storici ovvero carsicamente riemerso dopo un sotterraneo quantunque prolungato smarrimento: e giacché, ancora, i secoli si nutrono – nel loro per ora ininterrotto volgersi – di combinazioni atomiche non programmate né perciò prevedibili, questo residuo rivolo duemila anni dopo l’esaurita esistenza materiale della sua sorgiva s’incontrò con un altro esito fortunato della chimica universale, con la persona e con il bel nome etrusco di Lidia, una maga – mai esitato a dirlo, come lei già sa – della parola, la si voglia qualificare parola di prosa come parola di poesia stricto sensu, sempre che la distinzione possa oggi realmente stabilirsi e per lei e per altri. Lidia possiede infatti a un livello ammirevole, quali non molti possiedono, oltre che la genialità dell’invenzione narrativa e poetica primaria, anche la capacità realmente circea di metamorfizzare le “creature” verbali altrui in rinnovate forme: Catullo e la sua verità, il suo mondo, le sue ire, la sua malinconia, i suoi vezzi, i suoi sarcasmi, si riaffacciano così con eleganza nelle peculiari immaginabili risposte e repliche e rimbeccamenti della donna che egli dichiarava insieme sublime e sciagurata a suo insindacabile e anche supponente capriccio. Lascio al lettore di compiere passo dopo passo questa scoperta. Ma per incoraggiarlo vieppiù ad essa, Lidia mi consentirà da ultimo di recuperare un che del mio mestiere antico e di offrirle a suggello di queste elementari parole di presentazione un epigramma, che sappia almeno di sodale complicità (circa il perduto “gatto”, ne sappiamo, suppongo, tutti quanti frequentiamo la sua bella casa):

Versus, Lydia, nunc tuos legenti

subrident mihi uirgines sorores!

Nam quae carmina das Catulliana

non uerbis modo patriis adaptas,

quin et illius innouare more

 scis et composito colore fingis

doctam qualia condidisse credam

manu haud illepide sua puellam:

immo uel duo uertis et figuras.

Siqua tot bona sint quot ille scripsit

 pro catto puto passerem merebis.

Che sarebbe poi come dirle, magari meglio: «Cara Lidia, leggo i tuoi versi tra il sorriso delle vergini sorelle! Delle poesie catulliane che offri, infatti, non solo alcune le adatti al parlar paterno, ma anzi ne sai rinnovare alla sua maniera, e ne plasmi con armoniosi colori quali è da credere le abbia composte non senza malizia di propria mano la sua colta ragazza, di due anzi anticipi la preziosa versione. E se ce ne sono di tante eleganti quante lui ne scrisse, mi sa che al posto del gatto tu t’avrai a meritare un passero». Bibe, igitur, Lydia, bibe ualeque! Riccardo Scarcia, primavera 2010

Prezzo: €15,00

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