IMMAGINI SALVIFICHE PER LATITUDINI INQUIETE

Scritta da: 
Giorgio Patrizi
Recensione di: 
Scritture sperimentali

C’è una precisa consequenzialità nei libri che Massimo Giannotta dipana in un percorso di scrittura e di conoscenza. Nel “Ciclo della Crudeltà”, a fare da sfondo alle vicende di una umanità spietata e votata all’avventura, era un mare di grande densità di pericoli e di fascinazioni, dove la navigazione era, insieme, cronaca di una ricognizione sulle acque inospitali di mondi sconosciuti e disegno di una grande metafora dell’esistenza e delle sue ambiguità. [segue]→

 Come sottolinea nella puntuale introduzione Francesco Muzzioli, ora il navigatore è sceso a terra e si confronta con un mondo diversamente, ma, nell’intensità, ugualmente terribile: un universo in preda alla guerra ed ad allo sconvolgimento di ogni forma di vita civile.

Incerte latitudini è un libro di affascinante sperimentalismo, in cui si condensa −in modalità discorsive le più diverse e complesse− la variegata esperienza di uno scrittore che (oltre ad una meritoria attività di ricercatore ed editore di testi rari o misconosciuti) da tempo persegue un proprio personalissimo percorso nel mare delle scritture fantastiche o romanzesche, nell’universo dei racconti o diari di viaggio, sia reali, sia fantastici o metaforici. Di questo mondo odeporico, dove la spostamento sul mare o sulla terra rimanda ai modelli della letturatura picaresca o dell’avventura dell’incontro con l’altro, Massimo Giannotta disegna via via mappe intricate in cui si dispongono le tracce di incontri, scoperte, agnizioni. E proprio su questi percorsi, l’autore gioca la scommessa di una ricognizione dell’esistenza, da cui far scaturire la riflessione, il referto, il giudizio. Nel cammino −nell’ampliamento della mappa così che possa comprendere luoghi, memorie, personaggi e voci− si incontrano via via episodi che rimandano alla storia o alla cronaca; oppure all’enciclopedia letteraria su cui si è formata la cultura e l’immaginario del presente, l’insieme dei miti e delle consapevolezze che ci aiutano a comprendere la vita contemporanea e tutto ciò che l’ha formata. Giustamente occorre partire dal titolo, che se da un lato allude al dato geografico che permette l’orientamento, dall’altro ne mina le fondamenta, affermandone una condizione di radicale precarietà. E dunque se il diario di bordo, la mappa è incerta, cosa può fare il narratore se non raccogliere tutte le voci che sente urgere attorno a sé, registrarne fedelmente gli umori diversi, le culture diverse. E così il diario di bordo di un percorso di terra, la registrazione fedele degli incontri, delle perdite, diviene la storia di una guerra, riconoscibile in una delle tante guerre che si sono combattute in questi decenni nei paesi arabi (Iraq, Afghanistan, Libano,ecc.). Ma anche in modello di scontro che facilmente diviene simbolo della spietatezza di una violenta legge del più forte, affermata dalla storia, come dalla politica, dalla ideologia, come dall’esaltazione dei più irrazionali meccanismi dell’identità e dell’appartenenza. Ecco allora che ritrovarsi nell’“atopia” equivale a credere nella possibilità di incontrare ancora una possibilità di salvezza, nell’immaginare –e dunque fidando nella forza di questa attività fantastica− un luogo che salvi dalla violenza e dalla distruzione: “Potessimo essere forzati –leggiamo nell’incipit, nel capitolo intitolato Atopia− come il nocchiero di Colombo, a metterci verso terra e fingere di trovare una città che contraddice il caos, per una sola volta geometricamente armoniosa, dove ogni cosa si possa immaginare con riferimento ad antiche, ingenue virtù”. A partire da questa ricerca ideale –utopica− si snoda il percorso della memoria e della contemplazione delle miserie umane: percorso iniziatico, quant’altri mai, nella duplice prospettiva, esistenziale e meta letteraria. Se, come scrive Muzzioli, “ripresa e mescidata, la scrittura di Giannotta è vitalmente plurilinguistica” e “davvero manda scintille quando la lingua letteraria (proveniente dal passato) si scontra con il linguaggio attuale, quello degli sms, fatto di abbreviazioni depauperanti…nella notte della storia non restano che i frammenti di una ‘voce a pezzi’”. Ecco qui giungiamo, mi sembra, al cuore del problema, incontriamo il nodo centrale di questa sfaccettata costruzione testuale. Un senso centrale, che si annida al centro delle molteplici modalità discorsive in atto, le citazioni, i calchi, le ricostruzioni della narrazione, i frammenti di storie, di personaggi. Come se tutti questi lacerti di discorso concorressero ad illustrare –a rappresentare, a mettere in scena− i modi più tipici delle vicende umane, scandite dalla lotta per sopravvivere e dallo scontro con la violenza del potere. Per realizzare questo affresco così pieno di contrasti e di voci dissonanti, Massimo Giannotta convoca i testimoni più diversi di storie di sopraffazione. Dalle voci della tradizione islamica −rievocata attraverso luoghi tipici di quella cultura (i passi della Sura, le scuole coraniche)− a quelle delle moderne forze di occupazione (con accenti d’impronta futurista: così nel Monologo del soldato), dalla rievocazione di momenti della persecuzione di Tommaso Campanella e della sua utopia, alle pagine che di questa utopia ricordano momenti e personaggi. Ed ancora i documenti che testimoniano la guerra “americana”, i tormenti di due innamorati che si cercano nella guerra, perfino un rapido ricordo di Achab nella caccia fatale a Moby Dick. Tutto questo per costruire un grande e gremito affresco di una guerra che sembra non voler risparmiare nessuno, proprio perché è anche una guerra di linguaggi, di modalità di comunicazione ed espressione. Questo è poi il dato più interessante e importante di questa sperimentazione di Giannotta: esser riuscito ad elaborare immagini di guerra (o di una pace utopisticamente vista come lo spazio in cui il conflitto si proietta, disinnescandosi) attraverso gli spaccati più diversi di vite coinvolte nel conflitto. Vi si misurano le testimonianze di una cultura della conoscenza e degli affetti, che ben fotografano la lontananza dalla logica del potere e dello sterminio e, al tempo stesso, la distruzione dei corpi e delle voci, come il processo più tipico di un mondo votato all’autodistruzione, che solo la riflessione e la parola (in cui tutto si condensa) sembrano riuscire a salvare.

Giorgio Patrizi

 [Pubblicato su Le reti di dedalus]

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