Piazza Perin del Vaga è carnascialescamente roboante di gavettoni adolescenziali, quasi a voler scongiurare la privatizzazone idrica degli attuali afosi tempi afasici. Il barista assonnato, sorretto da uno dei suoi bianchi tavolini plastificati, zucchera il meritato caffè con lo spettacolo vagamente retrò del visibilio giocoso che si consuma impenitente a pochi passi da un comprensorio rosso-mattone, rosso-crepuscolare, rosso-ocra, chissà, il caldo confonde i riverberi mentre gli ordigni ad acqua restano lucidamente in agguato. →
Meglio entrare – “È questo il civico 4?” – un ragazzo giacca cravatta depliant e occhio ceruleo attraversa il cortile interno nel frondeggiare pallido e assorto di panchine da comizi settembrini – “Sai se qui c’è un’associazione culturale?”. Sì, sono nel posto giusto, si odono voci – “Eppur si muove” – ecco il Lavatoio Contumaciale, diretto da Tomaso Binga, alcova di alchimie artistiche refrigerate da un gradevolissimo dislivello sotto-terreno e sub-coloristico immediatamente pungente: linde pareti di un biancore rupestre espongono quadri generazionali di vivida caratura memorialistica, coccolando il brusio alacre del manipolo intellettual-familiare dei soddisfatti presenti. Lidia Pucciarelli, sorella di Bianca, Tomaso Binga appunto, direttrice di questo a tutti gli effetti ex-lavatoio, oggi una delle più fertili associazioni culturali della toponomastica capitolina, non cela l’affettuosamente imbarazzato orgoglio nel ricordare suo padre Nicola, pittore dall’espressività immediata e multiforme, in grado di riproporre epifanici squarci quotidiani e stralci di visioni paesaggistico-domestiche con colori tenui e materiali astrusamente semplici, dagli acquerelli ai cartoncini da imballaggio. Differentemente atipico è l’astrattismo geometrico di Luigi Faccioli, gagliardamente sottolineato da un vitalissimo Leonardo, figlio d’arte che ha trasposto nell’attività lavorativa di incisore la sua arte d’essere figlio, sgusciando sinuosamente fra le squadrate semiologie paterne, incuneandosi nella mai doma smania di unificare i significanti ai significati dell’irreale realismo contemporaneo. Il complesso lavorio fenomenologico di Michelangelo Conte, poeta e pittore che sfugge a definitorie classificazioni cattedratiche, trova degna verbalizzazione nelle parole commosse del figlio Bruno, anch’egli artista di pregio, che continua ad impreziosire, non solo ideologicamente, l’opera di ricerca sul senso recondito delle forme plastiche e dei materiali astratti interrogati e plasmati surrealisticamente dal padre. Lo stesso Bruno ha curato le illustrazioni dell’ultimo libro di Marco Palladini, dal quanto mai circostanziato titolo Il mondo percepito, edito dalle Impronte degli Uccelli (Roma 2010, pp. 50, € 10,00), che, fin dalla vivida scossa instillata dallo sguardo giornalisticamente cartaceo in copertina, ci reca l’imago immaginata di un immaginifico dualismo io-me: è l’io ad essere bombardato, assediato, confusamente circonfuso dal dato di fatto del “così fan tutti, let it be/bleed, che continui lo spettacolo” odierno, o è il me consapevolmente incosciente a cementificare una retina abrasiva dietro e grazie alla quale inquadrare l’esistenza mediopassiva di un degrado brulicante mitopoietico, rivendicando un attivismo sempre in conflitto con l’obbligo dell’atto stesso della percezione? La voce, traslata per contrattempo, ma autenticamente rivendicata, di Giorgio Patrizi sembra snocciolare subito il dubbio insito nella sperimentazione palladiniana, definendo la molteplicità delle incalzanti “neoplasie linguistiche” che delineano umori, riflessioni e ricordi estroflessi, non quale frutto di una certa “ambiguità” programmatica dell’autore, bensì come seme della sua “densità specifica” ideologica. Con ciò, non si pacificano certo le innumerevoli “prospettive di conflitto” che zampillano dalla fonte-catalogo di “imondità” attraverso cui Palladini si “innatura”, inerpicandosi anaforicamente tra i rovi di quelle “orgenze” da lui rinvenute tali e già acclamate “in coro” da ironici-iconici predecessori coi quali intavolare un ragionato dibattito diacronico, uno fra tutti Pagliarani, esemplare destinatario di un acrostico salacemente cesellato. La commistione saggiamente furente delle indomite potenzialità artistiche espressive, coinvolge il pubblico in un silente sogghigno compiaciuto, ascoltando lo straziato urlo in un falsetto irridente del “mitoracconto” “transrazionale” «I Have a Nightmare», col quale Palladini apre la raccolta poetica e performativa fulcro della serata, perpetuando il cantilenante sopra-fondo musicale della prima esecuzione col secondo placido assolo della pagana invocazione «Lasciateli sanguinare», dalla quale il relatore, Francesco Muzzioli, prende l’avvio per sottolinearne le implicazioni a filo doppio con gli atavici flussi desideranti descritti da Deleuze e Guattari quali caricature del desiderio di una forza liberante e liberatoria. La provocatoria scelta di Palladini, svela sapientemente il critico, è quella di “sputar fuori la voce del conformismo in forme che evidenzino il malessere” autenticamente percepito, appunto, quasi come fosse – si motteggia – uno stipendio accreditatoci dalla banca-mondo in cui viviamo, rifiutando il ribellismo fine a se stesso, scimmiottato e sdoganato con l’ausilio di “modelli che si impadroniscono delle linee di tendenza della trasgressione”. Questo, forse, è il vero dualismo da sviscerare: se una certa tendenza anarchica, paradossalmente divenuta “appannaggio del potere, privilegio di censo” più apparente che viscerale, nient’affatto – come apostrofa Palladini stesso – “ai massimi storici” in una società ormai imbonita e vaporizzata da un anticonformismo solo modaiolo, possa riappropriarsi della sospirata/cospirata razionalità pura, idiosincratica quanto il dialetto romanesco, col recupero del quale Palladini tenta autonomamente di “condensare la spinta unificante fra scrittura e teatralità”, Connubio ispiratore ad hoc, a conclusione, quello de «L’uomo col cane», rovesciamento poetico poietico della visione de La venticinquesima ora di Spike Lee, col quale Palladini omaggia e riavvolge il fil rouge della serata, sintetizzata egregiamente dai contundenti, densissimi versi:
“Gli amici se ne vanno e i padri restano
ingrommati, ammalurati, infelici, impotenti
scoppiati come nei sogni in cui s’incontrano
i profeti che scagliano folgori escatologiche
e descrivono l’Età Oscura presente e immanente”.


