Un testo di Leopoldo Attolico: Umano/Ironicogiocoso/Antagonista

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“Tutti lo cercano uno che scrive. Ma nessuno che sia disposto a concedergli un giorno di simpatia umana totale”. Belle parole, queste di Pavese; senz’altro condivisibili. C’è però la faccenda della “simpatia umana totale” che intriga non poco: viene infatti da chiedersi come dovrebbe essere uno scrittore - un poeta - per meritarsi appunto questa “simpatia umana”, con quel “totale” finale così perentorio. →

Quale temperatura dovrebbe proporsi per conquistarsi la solidarietà – meglio – la complicità più assoluta, più gratificante, visto che l’opzione esclude le mezze misure? Certo, bisognerebbe capirsi su cosa esattamente intendeva postulare Pavese per “simpatia umana”, dato che il “punto di vista umano” sfugge ad una definizione totalizzante - tipo locuzione da dizionario - e non è riconducibile alla sintomaticità di “logos” esaustivo, bastevole a se stesso. E vien fatto di pensare ( forse non a torto ) che Pavese - oggi - si sarebbe dichiarato propendendo per una pronuncia meno impegnativa, tipo “feeling totale”, dribblando pari pari la “simpatia umana” per causa di forza maggiore, vista la fine che ha fatto l’umano, troppo sinistramente maltrattato/imbavagliato dalla rozzezza massmediale dei nostri giorni per poterlo usare con la forza e la valenza qualificante che aveva ai suoi tempi. Comunque; in ogni caso, per tentare una lettura del senso finale della frase di Pavese, e individuare le caratteristiche di chi potrebbe corrispondere - almeno idealmente - allo scrittore in questione, bisognerebbe forse iniziare proprio col fare riferimento a ciò che “non dovrebbe essere” questo scrittore per catturare la “simpatia umana” o “feeling” che dir si voglia che tanto ci occupa. E qui non ci si può esimere dallo snocciolare una raffica di pregiudiziali a robustissimo tasso retorico ma affatto fuori luogo, tenuto conto della stacanovistica protervia con la quale vengono spesso disattese. Dunque: non dovrebbe essere un propinatore del famigerato sentimentalismo alla viva il parroco ( spesso variamente camuffato ); quello che da decenni si attacca alle tende mettendole a dura prova. Non dovrebbe coabitare - neanche a livello condominiale - con la vocazione alla macerazione esistenziale a senso unico; con l’elegia che specula sui treni che partono e sulle nonne in teschio bianco; con la pedissequa celebrazione di linguaggi e strutture da Settimana Enigmistica Futuribile, corroboranti per una minoranza di paranoici ma scarsamente rispettosi ( i linguaggi ) di chi legge e dell’oggetto del ricordo. Non dovrebbe - soprattutto - “iperverbosizzare” ( sic ! ): praticare cioè l’azzardo intellettuale e la dispersione dell’intelligenza finalizzati all’invenzione verbale fine a se stessa, modalità infallibile per mettere definitivamente in fuga le superstiti istanze di conoscenza e di verità che ancora suscita la nostra bistrattatissima poesia. Tutte cose - queste - a ben guardare ben distanti dall’umano, dal comune senso del punto di vista umano ( ammesso che se ne possa configurare uno in ambito letterario ), e in definitiva lontane anche dal mediare una qualsiasi simpatia umana, tantomeno “totale”. E’ chiaro che i detrattori di Pavese e i militanti in una delle predette disastrate categorie “estetiche”, potrebbero eccepire che proprio il Nostro è uno degli scrittori /poeti più “macerati” del Novecento; che il suo esercizio di lapidaria disperazione lo ( e ci ) vedeva tutti destinati senza scampo al “top” dell’annientamento e del nulla ( “Scenderemo nel gorgo muti”), ma è altrettanto vero che la sua testimonianza - per quanto livida e senza via d’uscita - è sempre stata portata avanti a ciglio asciutto ( alla Sbarbaro per intenderci ) e quindi è esente da qualunque connotazione riduttiva o penalizzante riconducibile al piagnisteo, all’autocommiserazione, al compiacimento solipsistico ecc.. Pavese sì che avrebbe meritato un giorno di simpatia umana totale! Su questo non ci piove. Ed ora che non c’è più è proprio il suo spessore umano che salta agli occhi; ora che l’umano è ridotto a prurito, anestetizzato, clonato, pronunciato sempre con più difficoltà da qualunque società, non solo dalla nostra. Vien fatto veramente di pensare a quanta parte di poesia - oggi - si sbagli su se stessa, rinunciando già in partenza all’energia, alla dinamica del mondo a cui essa dovrebbe sentirsi associata ( sempre rispetto a quell’“umano” di cui sopra ); dinamica che proprio perché alienata slogata e straniante dovrebbe rappresentare il campo per eccellenza del nuovo, del mistero, del dono. Questa grande possibilità di lettura della realtà sfugge a molti, a troppi. Contro la miseria dei tempi, questo reale atto di opposizione che è la poesia, che dovrebbe condurre una guerriglia determinata amabile civile e chiaramente antagonista nell’accezione propositiva del termine, proprio perché si rapporta al nofuture con l’intento precipuo di occuparne le nicchie di vuoto e di afasia, questa poesia non indica più, non denuncia, non riassume, non spiega, non nega; in definitiva non si pone più di fronte a quel tema sentendosene compartecipe e soprattutto interprete responsabile. Sembra quasi che sia una sorta di malinteso senso di pudore a bloccare certe tematiche e certi codici espressivi, penalizzandoli proprio là dove l’“umano” potrebbe avere buon gioco su reticenze, fumisterie, scritture semiautomatiche e schizofrenie varie più o meno ctonie. Sembra smarrito il senso della commedia umana, perlomeno per tanti autori di poesia. Tutti ( o quasi ) si prendono terribilmente sul serio. La famosa commedia all’italiana e la satira di costume, a volte devastanti nella loro tragicomicità, non hanno insegnato nulla, relegate come sono nella marginalità più sbiadita; suscitatrici sì e no di qualche soprassalto soleggiato e subito rimosso da chissà quali remore. Sembra sfuggire la regola di un linguaggio poetico in grado di trasfigurare la realtà più becera grazie ad un’intima capacità di letizia ironica ed autoironica, mediata da una serena adesione alla vita, agli uomini; dalla consapevolezza di essere - tutti - cosa minima ma importante nella solitudine del mondo, a patto però - e ritorniamo a bomba - di non tradire l’umano e le sue parole, unico presidio in grado di opporsi alla babele di suggestioni fuorvianti che ci allontanano dalla “presa diretta” con l’essenza delle cose e dalla ricchezza del significato che hanno nella nostra vita di scrittori “spoetizzati” dai media e - qualche volta - fatalmente “spoetizzanti”. Poesia e linguaggio come vita - bisognerebbe gridare forte - e quindi più che mai poesia del reale, oggettivata, capace di sorprendere in senso e suono le immagini irresistibili della speranza, di un futuro comunque in progress. Occorre reinventare un linguaggio di speranza, “( … ) perché non c’è poesia vera -oggi- che non cerchi o non intenda cercare di farlo nello spazio segreto del nostro avvicinarsi all’essere” ( Y. Bonnefoy ). Da questa modalità - decisiva - di approccio con il nostro essere al mondo tramite la scrittura, si gioca veramente il futuro del fare poetico nella sua accezione di splendida “possibilità” di confronto e di resa, di tensione e di fondante proposizione della propria “verità”. E in sintonia con quanto detto non si può non pensare nuovamente all’opportunità di una lettura del negativo esistenziale filtrata da quell’intima capacità di letizia poc’anzi nominata, forte al punto da renderne evidente la vulnerabilità, la permeabilità che ne rivela il grottesco, il comico, l’assurdo, la falsità dei miti e dei tabù, le follie massmediali stralunate e fatalmente esilaranti. Altrettanto spontaneamente viene alla mente l’assunto di Nietzsche secondo cui “E’ falsa ogni verità che non è accompagnata da una risata”, nota acutissima che meriterebbe d’essere fiondata nelle orecchie di certo intellettualismo critico assurto a nemico giurato del nuovo ( e quindi del giocoso e dell’ironico anzidetti ), perché non ammette nessun elemento che non sia catalogato, previsto, inamidato. “Quel ch’è certo è che la comicità e l’autoironia - come generi emergenti e ampiamente sottovalutati e rimossi dalla nostra serissima/impaludata cultura - stanno incominciando a metterla finalmente in crisi”, ( come giustamente faceva rilevare alcuni anni fa un corsivo de Il rosso e il nero, Rivista tra le pochissime a dichiararsi sull’argomento ). Possiamo e dobbiamo augurarcelo, anche se quanto detto in favore di una temperie felicemente destabilizzante non significa certo aver esaurito l’argomento, che postula un problema di linguaggio e quindi di uso di ferri del mestiere appropriati; linguaggio che si esclude “alto”, ma funzionale ad una materia che vuol essere chiamata in causa per nome e cognome, come l’ha fatta mammeta; nutrendosi essa ( la materia ) proprio di quella terrestrità che è la sola coniugabile con il surreale, con il paradossale, con il tragico, con la percezione di una realtà spesso da abolire - usando il comico e l’ironico - per eccesso di deformazione. Linguaggio nutrito di oralità - necessariamente - e di quel medio gergale che non esclude affatto l’intarsio o la soluzione cólta, né lo scarto puro e semplice dell’intelligenza volta a dar loro lo slancio che gli conviene. Parole risolte in ambito di rivisitazione in chiave moderna della Tradizione, o volutamente antiletterarie, con il gioco di volta in volta gioco di superficie o meramente veicolatorio di significato, alternato sia all’invenzione verbale sulla scrittura che alla mera foneticità. Ma quello che conta è il tipo di sguardo del poeta sul mondo; che è sempre quello del viaggiatore che assorbe, non certo del turista che guarda; è la partecipazione e insieme il distacco dalle cose, dal triste evento che è pure il ridere quando è suscitato dalla frizione tra contrari, dai tic, dai lapsus, dagli inciampi ( anche lessicali ) che spezzano gli equilibri consolidati e azzerano felicemente le regole del gioco, qualunque esse siano e in qualunque contesto si verifichino; uno sguardo che specula sull’inverosimile perché genera situazioni di incredulità a cui la parola della poesia contrappone prontamente le certezze infantili della sua saggezza, la reiterata discrasia tra due mondi differenti o comunque lo scontro irreversibilmente comico tra diverse concezioni della vita. Insomma avanza la gioia, a quanto pare; da più parti avanzano la gioia e il genere giocoso, e aumenta di conseguenza la responsabilità dei poeti di fronte alla temperie che anima i loro testi. Ma la gioia è crudele, non conosce pietà, avanza giocando con passo gigante, ben sapendo che la vita non è la scena per essere felici; quindi non va certo barattata con il più vile dei suoi surrogati, la felicità. E certo quei poeti lo sanno perfettamente e si muovono, tra le parole, di conseguenza. Per concludere: il giocoso, il satirico, il sarcastico, l’ironico rivendicano un riscontro umano ( sic ! ) e chiedono strada. Ad maiora, visto che il tragico è in aumento berlusconiano e nella gioia - come sappiamo - c’è non solo il tragico ma con esso la consapevolezza del tragico che - grazie a dio - non si sogna mai di venir meno, almeno presso certi poeti.

Leopoldo Attolico

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