
C Corpo - Il corpo è il primo e più eloquente mezzo di comunicazione. Il processo di liberazione ha portato a una progressiva riappropriazione del corpo e alleggerimento degli abiti. Vezzi, modelli e capricci della moda mostrano corpi sempre più disabbigliati e noi,
che abbiamo bisogno di appartenere, apparteniamo anche ubbidendo alle suggestioni dei creatori di moda.
E non si tratta solo di come ci si veste ma di come si usa il corpo, di come lo muoviamo, se in uno spazio comune teniamo conto della presenza degli altri o lo occupiamo come in un sogno indisturbato, se mettiamo in scena il corpo con o contro quello che c’è intorno, o senza curarcene. Il tenero quadretto di due adolescenti mano nella mano durante una lezione è improprio e contraddittorio, è un modo di stare ‘con’ e ‘contro’ allo stesso tempo, occupando con la privata beatitudine un luogo di impegno razionale collettivo, ostentando abbandono e intimità là dove si richiede attenzione e condivisione. Non è facile affrontare una situazione del genere, non è nemmeno facile decidere se sia nostro diritto o dovere dare pareri e disposizioni a proposito. Cominciamo intanto col chiederci: E noi, come ci comportiamo? Come ci vestiamo? Siamo capaci di dare esempio di eleganza, di quella capacità di scegliere, combinando opportunamente abbigliamento e circostanze? D Dialogo Lo zòon politicòn, che ha consuetudine a stare con gli altri, a volte si illude che il solo parlare sia già dialogo. Ma oggi ‘dialogo’ potrebbe non dire più niente, oggi che si dialoga con macchine di ogni tipo, e intanto i fronti di guerra e gli uffici di pace, le strade e i parlamenti, le famiglie e le scuole sono pieni di polemiche, malintesi, attriti e divisioni. Gli adulti sono delusi dai giovani e i giovani sono delusi dagli adulti, e per ora non esiste rimedio né in pillole né in unguento da spalmare. Ci sarebbe il vaccino, cioè la divina indifferenza, volgere altrove lo sguardo, lasciar perdere. Ma a noi questo non interessa. I problemi di convivenza ci saranno sempre, vanno gestiti più che risolti, e si comincia sempre dalle parole. Qui sta il punto: non basta dire le ‘nostre’ parole dandone per scontato il senso; bisogna chiedersi come suonano le nostre parole nelle orecchie degli altri, se hanno lo stesso senso che per noi. D Distrazione
È il contrario di attenzione, diremmo. Eppure chi è distratto non è solo ‘distratto’, è anche ‘attratto’ da qualcosa o qualcuno, che ha in quel momento maggiore capacità di chiamarlo a sé. E qui entra in gioco la capacità di suscitare interesse, attenzione, curiosità… Lavoro di conquista, lento e lungo, ma è il solo che funziona.
G gioia / N noia Gioia da ‘giovare’, noia da ‘nuocere’; per qualcuno lo studio è gioia che dà conoscenza e buonumore, per altri, non pochi purtroppo, è noia, tristezza e nocumento. La noia deriva da sostanziale estraneità al contesto, dalla scarsa abitudine a lavorare in un tempo strutturato. Per un maestro attento la noia dello studente è un segnale d’allarme. C’è rimedio alla noia? Rimedio definitivo non saprei, ma la cura sì. Più che le paternalistiche conversazioni a tu per tu, più che la caritatevole indulgenza o il regalo del mezzo voto, meglio allestire esercitazioni frequenti in classe, guidate e controllate, che siano vere lezioni di metodo, percorsi di apprendimento rigorosi ma non ossessivi, in cui le difficoltà siano individuate e affrontate con la guida dell’adulto e in compagnia dei compagni. Non c’è niente di più commovente che vedere un bambino o un ragazzo intento a pensare, col corpo immobile e la testa in fermento. Per chi insegna è la cura più efficace contro fatica e noia.
I Identità
Io sono un intellettuale. Apprezzo il danaro ma spendo anche esperienza e conoscenza. Mi pongo le eterne domande senza risposta, addomestico le ansie del quotidiano pensandole sullo sfondo dell’infinito; pratico la tolleranza come ospitalità della mente per ciò che è nuovo e diverso. Affido ai giovani la memoria del passato e le speranze del futuro.
Sarebbe bello poter dire così…Invece:
Vana fatica di Sisifo, spingere in alto un macigno che ogni volta rotola in basso … Carte, riunioni, verbali, collegi e colloqui nel vuoto, nel disagio di generazioni separate e ostili. Questo dicono i fatti.
Eppure, proprio su questa divaricazione possiamo costruire una identità più vera. Noi siamo maestri di lavoro mentale, ‘mentale’ ma ‘lavoro’, con le sue regole, i suoi tempi. Trasformare l’energia in attenzione, convogliarla su un argomento; insegnare a distinguere, in un libro di testo, un dato da un concetto, un’opinione da una teoria, riconoscere un pensiero ed esprimerlo: tutto questo non lo possiamo fare che noi, a scuola. L’insegnamento è artigianato con tutta la fatica e la dignità del termine: l’artigiano conosce la materia che gli sta davanti, ne osserva le reazioni in corso d’opera. I bimbi-ragazzi-adolescenti-giovani hanno questo di speciale: che a un certo punto da materia refrattaria diventano interlocutori. Ma prima, c’è il lavoro del giorno dopo giorno, e il confronto fra le altezze dei desideri e la modestia del reale. Eppure, è proprio l’orgoglio di essere intellettuali a rendere sostenibile l’oscuro artigianato, se cerchiamo frequentazioni interessanti, se non ci lasciamo saccheggiare da formalità superflue, se difendiamo un tempo di autonomo pensare. Diciamocelo spesso, e ciascuno metta in prima battuta la prima o la seconda di queste due identità: Io sono un intellettuale e frequento le sfere del pensare. Io sono un artigiano e conosco la pratica del fare.


