QUARTO STATO
Pubblichiamo un intervento di Ennio Abate sulla poesia, in cui, in tono semiserio, si pongono alcune domande sulla poesia oggi. Riteniamo che i problemi posti siano reali, e ci è piaciuta particolarmente la metafora della poesia immaginata come “Quarto stato” della scrittura. Riteniamo che vi siano non pochi stimoli alla riflessione. La proponiamo ai lettori di cui saranno benvenuti i commenti.
Mi chiamo MOLTINPOESIA.
Intervento sulla poesia oggi di Ennio Abate
Buonasera, mi presento. Sono Moltinpoesia.
I poeti laureati mi chiamano invece Similpoesia, Parapoesia o giù di lì.
Ma io non mi lascio impressionare.
Leggo i loro nomi e capisco perché hanno scelto di guidare il Rito che amministra Bellezza e Qualità solo per conto di Partiti Chiese e Università.
Io frequento la varia e a me simile schiera dei poeti part-time, gli scriventi - pare - di massa che mettono su circoli riviste e siti.
Vivo in mezzo a loro, in basso: nei quartieri delle metropoli in eremitaggi di periferia. Quasi sempre in incognita compagnia.
E della secolare, marmorea Norma diffido.
Essa vorrebbe ch’io neppure esistessi, mi astenessi, nulla scrivessi.
Ma io, pur se con la metrica me la cavo all’ingrosso lo faccio appena posso, stando a cose e a fatti addosso.
Sottomessa a lavori coatti ed oggi, peggio, a precarie occupazioni
non ho mai fatto in tempo ad imparare il galateo caro al poeta cicisbeo.
Inseguo passioni e corpi qualsiasi, io.
E leggo nelle pause mensa o a tarda notte.
Probabilmente, così scorrendo nella vita e scrivendo in modi qualsiasi nel mondo qualsiasi in una crescente eclissi di libertà con l’ansia addosso di lavori da cercare, bollette da pagare amori da assaggiare non so bene dove vada a parare e se, alla fine della mia storiella sarò poesia, similpoesia o mai più poesia.
Dovrei - che suggerite? - darmi una calmata?
O continuare con la mia andatura sfenata?
Raffreddarmi sui classici? O dissiparmi nel Web imperiale?
Nell’incertezza me ne sto in allerta.
Mi serve - lo confesso - per riprendere fiato.
Dal Sessantotto ad oggi, ahimè! Speranze e tracollo... Che botto!
Tutto quel poiein spazzato via
portando - scriveva uno - le tempie al colpo di martello la vena all’ago la mente al niente.
E che Niente!
Ma io la fiammata l’ho guardata.
Ne ho conservato il bagliore, la voglia di non mollare la vita più vera quella dai Potenti congelata e da mano omicida freddata.
Nei miei versi alla buona
nelle mie diaristiche comunicazioni
mi chino su corpi che appena risvegliati già son straziati dagli stivaloni che calpestano il pianeta o gettati in manicomi e prigioni.
E ancora mi protendo verso lampi precedenti nell’anima di un mondo antico o ragazzino che ciminiere e computer hanno travolto.
Insomma, nella nuova notte della ragione mi porto il talismano fievole e audace della poesia.
Cosa ho fatto di preciso negli ultimi tempi? Ho raccolto bei cocci del passato da poeti viventi sfogliato pagine care di maestri lisciando le loro parole tonde arrampicandomi sulle scoscese.
Ho riempito quaderni di poesie e file di poesie.
Li ho fatti leggere ai miei pari.
Me li hanno commentati.
Ci siamo lanciati in discussioni su cos’è o potrebbe diventare la poesia
sul perché tanti ne scrivono
sui rapporti che essa deve intrattenere o meno con la politica, la storia, la memoria gli immigrati, la vita, il cosmo, dio, il nulla.
Ho pure visitato i cimiteri degli operai suicidatisi dopo il 1980 Fiat.
Non ho distolto gli occhi dalla miseria planetaria delle banlieu.
E di recente ho contato tutte le urla di strazio provenienti da Abu Grhaìb.
Insomma un po’ mi sono informata. E poi, parlando parlando coi molti
si accendono pensieri caotici e nuovi progetti:
Rimettere assieme poeti e non poeti? E ci conviene abitare la Casa della Poesia o gironzolare, fare reading in un bar, un’osteria oppure immergerci, in apnea, nella massmediale Tuttologia?
Più rasoterra: pubblicare, pubblicare le nostre poesie?
Ma perché solo su fogliettoni o in autoedizioni?
E per far conoscere la poesia, aggregarsi ai Barbari dellla Tivù sculettante e becerona?
O piuttosto agire come un Quarto Stato della Poesia continuando a leggere, studiare, scrivere,
sperimentare fin dove può arrivare nel mezzo di questo Carnevale la nostra sorellina poesia?
Vi ho dichiarato i miei desideri, le mie incertezze, le stizze e le antipatie.
Seguitemi dunque adesso. Scrutatemi meglio.
Non vi fermate ai mugugni, birignao e banalità che pur mi scappano di qua o di là.
Entrate seriamente - dai! - nella mia sofferenza, fatica, diciamo pure follia.
Ascoltate il mio brusio.
Non è solo chiacchiere, polemiche o sciatteria.
Oscilla tra lande di silenzio, di morte, d’amore e di sublime.
Non vi bloccate sulla liricità o sulla serialità.
Chiama tra voi dei buoni folli per il laboratorio della futura poesia.
Che raccolgano il povero Io poetante che a fatica ha traversato i secoli.
Che lo portino fuori dall’angustia delle patrie lettere e degli amoretti alla Nanni Moretti spingendolo oltre ad ascoltare toccare capire le parti oscure del corpaccio di questo mondaccio in furente
divenire a tradursi in lingue meticce a costruire un’altra possibile poesia.



