POESIA: Un intervento di Giorgio Linguaglossa

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 DAL DISCORSO LIRICO ALLA POST-POESIA (allegati un commento di Ennio Abate e una risposta di Giorgio Linguaglossa) -  (Mario Benedetti, Massimo Sannelli, Leopoldo Attolico, Salvatore Martino, Lidia Are Caverni, Laura Canciani, Massimo Giannotta, Maria Teresa Ciammaruconi, Marco Onofrio, Andrea Di Consoli, Luca Benassi) -      Certo che c’è un modo diverso di fare poesia tra Nord e Sud. La latitudine così come la longitudine, cambiano il profilo di una lingua, cambiano la sensibilità [→]. Con la pubblicazione dell’antologia La linea lombarda di Anceschi nel 1952, la marginalizzazione della «Linea meridionale» diventa un fatto compiuto. Poeti del calibro di Luigi Compagnone, Stefano D’Arrigo, Sebastiano Addamo, Gesualdo Bufalino (tanto per restare negli anni ottanta) e, negli anni sessanta, Guido Calogero, sono degli isolati, delle monadi che non comunicano neanche fra loro. I vincitori dettano le regole: la poesia meridionale viene espunta dalla storia della poesia italiana con la complicità del conformismo della critica letteraria, sempre più inesistente ed evanescente. Con gli anni ottanta e novanta si consuma la definitiva subordinazione della poesia meridionale all’egemonia del parametro stilistico imposto dalla poesia di matrice lombarda e dal post-sperimentalismo. [Scarica l'intero testo in pdf →]

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commenti

On Mar, 23/03/2010 - 08:58, massimo said:

Tre velocissime obiezioni: 1) Ma è mai esistita una “poesia meridionale”, che sarebbe stata “espunta dalla storia della poesia italiana con la complicità del conformismo della critica letteraria, sempre più inesistente ed evanescente”? O, lasciando da parte le politiche corporative di “nordisti” e “sudisti” in poesia, è la poesia tutta che oggi s’orienta a tentoni (come tutti) nel casino mondiale globalizzato, di cui i “linguaggi mediatici” forniscono solo un’ombra al posto della realtà ?

2) Che bello trovare uno che parla di “lezione di Fortini” di questi tempi! Ma la sorpresa subito cede il passo alla delusione: non credo che Fortini abbia mai puntato a “una riforma culturale della poesia italiana” o ad una “riforma del linguaggio poetico”. Fortini, detto sottovoce oggi (se no, i poeti giovani e meno giovani si scandalizzano e s’insospettiscono), non fu forse un comunista che voleva appena qualcosa di più di una riforma di linguaggio? Rileggiamoci attentamente “Dei confini della poesia” (Nuovi saggi italiani 2). Ad es.: “Eppure mi è sempre stato chiaro che la poesia, proprio in quanto forma che si oppone al mutamento, ha anche una sua dimensione conservatrice e conciliatrice” (p.324) Oppure “Metrica e biografia” (in Quaderni piacentini 2, nuova serie, 1981). Ad es.: “Una poesia che si disgiunga dalla coscienza costante di tutto quello che poesia non è, si degrada ad “aroma spirituale”, a ipocrita “cuore di un mondo senza cuore” o, come una volta m’occorse di dire, a “vino di servi””(p. 106). E poi riparleremo di “riforma del linguaggio poetico”…

3) “Siamo entrati nello spazio internettiano dei blog e degli innumerevoli siti dove si propaga come una peste la simil-poesia. Alla società di massa è definitivamente subentrato lo spazio della post-massa”. Com’è rituale e ambiguo questo “snobismo di massa” verso la cultura di massa, la scuola di massa, la poesia di massa. Dimenticando che siamo, per sconfitta politica, di fronte a degli aborti di ciò che poteva/doveva essere una cultura, una scuola, una poesia per i molti (più che paternalisticamente ‘per la massa’) e rinchiudendo il discorso al campo della poesia come “specialità”, si finisce in una rassegnata constatazione/(proposta?), che non ha - mi pare - niente a che spartire con la “lezione di Fortini” prima evocata: “Non per paradosso, ma sono convinto che oggi l’unica forma possibile di scrittura sia quella del talqualismo delle scritture letterarie denaturate alla Valerio Magrelli, alla Franco Marcoaldi alla Vivian Lamarque, etc; al di fuori del minimalismo sembra non esserci nient’altro che il minimalismo”. Ennio Abate

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On Mar, 23/03/2010 - 08:54, massimo said:

Rispondo a Ennio Abate circa la "disparizione" della poesia meridionale. La faccenda è molto più antica: quando nel 1981 Giovanni Raboni pubblica un’antologia dal titolo Poesia Italiana Contemporanea. Gli inclusi sono: Saba, Rebora, Campana, Cardarelli, Ungaretti, Sbarbaro, Montale, Penna, Sereni, Luzi, Zanzotto, Pasolini; gli esclusi: Quasimodo, De Libero, Gatto, Sinisgalli, Cattafi, Ripellino, Piccolo, Bodini, Scotellaro, Calogero. Si tratta di un vero e proprio ripulisti, di una vera e propria liquidazione della poesia meridionale. È la prima operazione dichiarata e manifesta di autopromozione della poesia del Nord; e che il curatore sia un poeta della competenza e del rango di Raboni non deve trarre in inganno. È una operazione lucida che non lascia un minimo adito al dubbio su quelle che sono le intenzioni politico-letterarie a nord del Po. Ed ecco il caustico commento di un poeta del Sud, Dante Maffìa, sulla rivista "Polimnia", numero del 1981, il quale sconterà con l’isolamento e il silenziatore le sue numerose esternazioni: «Dunque, la poesia degli anni ottanta si apre con questa indicazione ed è naturale che, essendo emanazione del potere editoriale, tutti si guardano bene dal contestare. Va da sé, e non per esigenze di gruppo, per adesione ideologica, per scelta di campo, che i poeti si aggreghino, inventino riviste, cenacoli, spettacoli in pubblico. Chi meglio sa vendersi, chi meglio sa imbonire (a patto che rappresenti una fetta del Potere), si faccia avanti con la sua merce, non importa se è merce svalutata, se è solo involucro, o se è merce avariata, di proprietà altrui. È un sintomo da non trascurare che per quasi tutti gli anni ottanta abbia trionfato la poesia di coloro i quali fanno i traduttori o i professori di letterature straniere presso le università». Per quando concerne la lezione di Franco Fortini, è vero. L’ho detto e lo ripeto ancora una volta: lo scacco della poesia tardo novecentesca lo si comprende soltanto rispolverando il testimone di uno sconfitto. La lezione di Franco Fortini, che è stata rimossa dalla coscienza della poesia italiana. Se è vero che Fortini non ha mai puntato a una mera « riforma culturale della poesia italiana» o ad una mera «riforma del linguaggio poetico», bisogna pur ricordare che Fortini «detto sottovoce oggi (se no, i poeti giovani e meno giovani si scandalizzano e s’insospettiscono)», come scrive Ennio Abate, è stato un intellettuale marxista impegnato in qualcosa di più di una mera riforma del linguaggio poetico. Rileggere oggi i saggi di Fortini Dei confini della poesia («Nuovi saggi italiani») è altamente istruttivo, dove è chiaro il concetto che non ci può essere una riforma del linguaggio poetico senza una riforma complessiva dell’assetto economico e politico della società italiana: «Eppure mi è sempre stato chiaro che la poesia, proprio in quanto forma che si oppone al mutamento, ha anche una sua dimensione conservatrice e conciliatrice»; oppure Metrica e biografia (in «Quaderni piacentini 2», nuova serie, 1981); ad es.: «Una poesia che si disgiunga dalla coscienza costante di tutto quello che poesia non è, si degrada ad “aroma spirituale”, a ipocrita “cuore di un mondo senza cuore” o, come una volta m’occorse di dire, a “vino di servi”». Il nodo centrale della crisi della poesia del tardo Novecento va cercato, a ritroso, proprio in quella mancata riforma del linguaggio poetico. E qui la lezione di Fortini va ripresa e rilanciata, tanto più oggi, in tempi di maltusianismo e di conformismo retrogrado. Soltanto portando la «poesia» oltre la «poesia», oltre e al di là degli steccati degli istituti stilistici si potrà giungere alla riforma strutturale del linguaggio poetico che non è mai avvenuta nelle patrie lettere. Ma, mi sia concesso di ricordare anche un altro sconfitto: Angelo Maria Ripellino, il quale con la sua trilogia degli anni Settanta, introduce nella poesia italiana una novità assoluta: la poesia modernista, grazie alla sua frequentazione della poesia europea dell'est di cui fu estimatore e impareggiabile traduttore. Due generali sconfitti. Sono pochi? E siamo sicuri che la poesia italiana del Novecento (quella egemone intendo) possa fare a meno di due giganti quali Fortini e Ripellino (pur così diversi)? O non si tratta, in verità, di una vittoria di Pirro. Cioè che la poesia che uscirà dalla riforma sereniana del linguaggio poetico sarà una poesia epigonica e di scarso spessore intellettuale. «, credo, giunto il momento di ripensare le fondamenta della poesia del secondo Novecento, ma per farlo dovremo sottoporre a critica l'ascesa della piccola borghesia a elemento stabilizzatore del quadro politico italiano (DC e PCI) dagli anni Sessanta in poi, con il corollario dei suoi intellettuali di riferimento che ne decantano le lodi e le qualità e le sorti progressive... Nella poesia degli odierni «quotidianisti» (gli equivalenti in poesia della piccola borghesia), gli «oggetti» (privi di una riforma del linguaggio poetico ove collocarli) restano muti, e non basta un accumulo (o una rarefazione) di «oggetti» per comunicare quello che il soggetto che li pronunzia vorrebbe. Chissà perché, nella poesia del «quotidiano» si verifica una moltiplicazione di «oggetti» che dall’esterno precipitano nel foglio bianco della pagina scritta, (per contro, nella pagina degli «astrattisti» si verifica il fenomeno contrario: una rarefazione degli «oggetti»). E questo è sufficiente a dare dignità di discorso poetico alla pagina scritta? Io mi sentirei perlomeno autorizzato a nutrire seri dubbi in proposito. Tradurre sulla pagina bianca l’accumulo di oggetti che insiste nel mondo esterno è una famigerata ed errata utopia, una pia illusione dei «quotidianisti». Ciò che i «quotidianisti» comunicano è unicamente una ideologia del «quotidiano», ovviamente, un «quotidiano» diretto e deciso dall’esterno (dall’io, dall’io degli altri, dai media, dalla tradizione stilistica), un «quotidiano» parallelo e ancillare alla ideologia della fluidificazione universale propria delle moderne società mediatiche. Quello che ingenuamente molti autori credono, cioè che sia sufficiente creare un «controquotidiano» per criticare ideologicamente il «quotidiano» della comunicazione mediatica, resta una pia illusione. Per quanto riguarda l'ultimo appunto di Abate, invito a rileggere il pezzo e non sfuggirà il tono derisorio e sarcastico che uso quando mi rivolgo alla poesia «denaturata» del minimalismo di Magrelli, Lamarque e Marcoaldi (oltre l'infinita servile schiera degli imitatori); ormai l'invasione della «ontologia piccolo-borghese» è tale che, per paradosso, sembra ai miei contemporanei «che al di là del minimalismo non ci sia altro che il minimalismo» (!!!). Giorgio Linguaglossa 

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