'Lettera a un autore' di Anna Maria Mazzoni

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Pubblichiamo 'Lettera a un autore' di Anna Maria Mazzoni, in cui la poetessa romana compie un excursus sul cosiddetto ciclo delle 'Armi di Thule' di Massimo Giannotta, la tetralogia che si dipana per quattro libri: Portolano di mari iperborei, La conta di Lancelot, La fortezza marina, fino al Ciclo della crudeltà

Segue una lettera di risposta di Massimo Giannotta. [→]                    

 

 

Caro Massimo Giannotta,

i quattro testi: Portolano di mari iperborei, La conta di Lancelot, La fortezza marina, Ciclo della crudeltà, li ho letti come unità, seguendo come filo conduttore alcune tematiche che accompagnano la navigazione. La navigazione ha due percorsi. Uno si svolge fra l’enorme spazio del mare e la chiusura dentro i muri dell’assedio, che il navigante torna sempre a sostenere, e l’altro sulle carte di navigazione fornite dal Portolano. Le carte di navigazione, ossequiate come reliquie, fuggite come la realtà, ma anche sedi e teatro di recita, mostrano subito la loro carica vitale. Sono animate per propria autonomia e spingono a un gioco dove a volte a decidere sono i dadi o la fortuna, a volte invece sono la perizia e l’attenzione del buon navigante che sfida gli abissi per non essere travolto. Il percorso impone l’azzardo e le mosse esigono la maestria e la conoscenza del mare e degli artifici della scrittura. Il sapere del navigante ci guida in un altrove costruito senza distacco dalla realtà. I cicli epici del passato riemergono purificati dal tempo, comunicando emozione ma mostrando, ancora leggibili, i segni di sofferenza. Le stelle non l’ingannano più. Sono “… senza voce (1)” e logorate dal tempo. Il navigante scruta “il cielo , valutando con occhio attento e … incantato, le sempre erratiche nubi (2)”. I meteorologi sono della sua schiera, perché, osservano a lungo lo spazio celeste per dare senso al vagar delle nuvole. S’imbarca con le avvertenze dei padri, i detti e i racconti del mare. Anche lui avrà racconti da aggiungere. Anche lui, salpando, canta la canzone di chi abbandona la terraferma per incontrare la solitudine della sera che “indugia pietosa /sui ruderi (3)”. L’attende la “luna pallida, immota /indifferente (4)”, che irradia la spada dell’angelo e “attenta spia /se la lama tagliente della peste /sarà sguainata /oppure infoderata. /Non ebbe fine /l’antica pestilenza (5)”. Il navigante convive coi termini e simboli marinari e li cita con emozione. La rosa dei venti, pur nella sua spigolosità diventa sensuale. Un “geometrico fiore (6)” che ha la pienezza della donna. La relazione con la figura femminile è l’incognita parallela del viaggio. La donna è l’enigma irrisolvibile: “e ben studiando / le stellari mappe, / ho scoperto / che non ci sei, / che ormai sei andata via (7)”. La donna è un referente impositivo. E’ lontana, ma sempre presente e conflittuale. Appare coi segnali di pericolo: “ Se dolcemente sorridi / … è perché forse / vuoi stringermi / tra i tuoi denti bianchi / fino a farmi morire (8)”. Appare attivando i sensi di colpa: “ se impossibile fosse / … dimenticare Ofelia /e gli abbandoni infiniti /della sposa imperfetta /che si specchia nel fiume (9)” o appare in sogno ricordando “quando / nella dolcezza infinita dell’abbraccio /ella s’addormentò /di dolce sonno (10)” o esce dall’acqua come sirena con “gioia sorpresa e improvvisa ... Voce di un mare segreto /esule /in una vuota conchiglia(11)”. L’amore che offre questa donna è “l’amore che si inebria /di vertiginose altezze (12)” e ha la forza di reggere la struttura del tempio gotico, assieme a giaculatorie di sapore medievale: “Regina perduta /regina cercata e perduta /e perduta /e perduta /e perduta (13)”, finché attraversati molti piani della letteratura, diventa Berta che col vento leggero “... sembra serena /quieta lavora (14)” e, pur conservando la sua natura conflittuale, entra a far parte di un rapporto duraturo. Ma la nuova luna al porto forza la necessità d’infinito del navigante. Durante il viaggio, protetto dall’immenso rifugio del mare dà sfogo alla disperata mancanza: “nuoti incantata /e non mi vedi (15)”. Il distacco è ormai incolmabile. Si entra nel reale impietoso. Qui, la voce della donna compare come soggetto di violenze o esce da carteggi ritrovati, dove, oltraggiata, diventa oggetto di duello fra cavalieri o è descritta come insieme di “personalità concentriche (16)” e come “contraddizione vivente (17)”. Chi cade in questa relazione viene trascinato a “esplorare una dimensione assoluta (18)” che si conclude con il suicidio di entrambi gli innamorati. “Sul catafalco c’è una ragazza morta … suscitavi la tempesta /che le nostre vite ha strappato (19)”. Si frugano i diari della ragazza morta, nel tentativo di spiegazioni o assoluzioni. La mancanza del meraviglioso è ora meravigliosa disperazione recitata come litania: “ margherita ridente /ridente margherita /dischiusa margherita /margherita di smalto (20)”. Fine. Eppure, anche il kraken rivela una propria epifania e “pare offrirsi in un’ambigua simbiosi, … Su una vecchia poltrona che un cancello armato di lance sembra aver trafitto e verso l’alto rapito, una fanciulla, … legge pensierosa una lettera, … il vuoto sotto di lei di cui sembra non accorgersi (21)”. L’immagine si erge sulla cenere dei miti. I miti che accompagnano il navigante sono già presenti nella “Carta Generale Semplificata degli Itinerari e dei Luoghi della Scrittura (22)”. Lancelot, San Brandano, Sinbad il marinaio, Amadeus, Ismaele, sono da subito disponibili ai maneggi del poeta. È tra i miti anche il poeta Shelley, che a bordo di Ariel, fu vittima dell’infido mare che egli conosceva come amico. Anche un suono segue la navigazione. E’ il fruscio di veli dal lied di Schubert ‘La Morte e la Fanciulla’. I miti sono l’essenza del reale, sono tanto leggeri da essere raccolti nella cappasanta conchiglia di San Giacomo, unico fardello del pellegrino che va a Finisterrae. Quella conchiglia emette ripetutamente un grido: “Ultreya! (23)” Verso l’utopia. Thule è posta sull’orizzonte dove la terra curva nell’Universo. Hanno tentato in molti di raggiungere l’anticamera dell’aldilà, di alcuni il navigante sa, ma tutti gli altri sono piombati nell’oblio. Nella “Carta dei luoghi e della scrittura connessi col ciclo di Lancelot (24)” fornita dal Portolano, Thule è Avalon, l’isola bianca dei beati e degli eroi. Lancelot si congeda dalla sua Regina con una lettera e inizia il pellegrinaggio. Supera la zona dell’offuscamento dell’identità, passa attraverso le lusinghe della morte e giunge nella città espugnata, assediata e abbandonata al potere del kraken. Lancelot occupa la Dolorosa Guardia, presidia la fortezza deserta “dove ogni sera / muoiono urlando /parole nere / nel sudario bianco dei fogli (25)”, ma divenendo “preda del grande kraken, … perduta ogni memoria di sé per male d’amore, prende la via degli inferi misteriosi … Dove troverai te stesso /se tutto a lei l’hai donato? (26)”, dice il saggio nell’inferno e “La voce del Graal (27)” tuona forte e respinge l’indegno cavaliere. Lancelot, flebile e inerme, ha il solo strumento della scrittura per invocare il perdono della regina Ginevra, per poi avanzare prostrato verso Avalon, dove la morte lo cullerà con una barcarola. Gli altri itinerari per Thule messi a disposizione dal Portolano sono una “Carta Generale dei Luoghi della Scrittura (28)” e una mappa dei “Carteggi inediti e segreti (29)” che stabilisce “connessioni con alcuni luoghi della scrittura (30)”. A questi itinerari, collegati ai cicli che stimolano ripetute narrazioni, si aggiunge una “carta dei luoghi e delle rotte (31)” che conferma l’esistenza di un “Labirinto marino … / in cui brancolano /foreste /di pali /file /di pilastri /contrafforti ed appoggi (32)“. E’ il riflesso sotterraneo della città assediata, luogo che incita alla fuga: “lontano dalla doppia città /che galleggia lievemente /sul baratro, … Il ‘gran verde’ /chiama /ed ha nome di mare33”. A questa fuga giova solo un’unica breve pausa nella radura protetta, dove i racconti del mare si mescolano al vino: “Maestrale /di tempo buono. /Intorno /i delfini (34)” e intanto, le storie di Sinbad, Ismaele e San Brandano. Ma un’inquietudine profonda pervade il navigante: “E se /selvaggio, oscuro /aspro inverno /fossi /di un remoto /mare boreale, /se fossi /infinita /raggelata solitudine (35)”. La fortezza marina accoglie questa smania febbrile. In quel luogo il raccontare si fa incoerente e si inseriscono con una propria centralità espressiva anche le “Regole generali del caricamento e dello stivaggio … Dotazioni per le navi a propulsione meccanica … Il Regolamento per la sicurezza delle navi mercantili … Avvisi, Notizie e Annunci … dal Giornale di bordo (36)”. E’ come se la narrazione volesse dar voce a un insieme di suoni senza seguire la scala tonale. Questo perché la fortezza marina è frutto di situazioni improprie ai marinai e di passioni che trascinano i naviganti “come quieti relitti /di un lontano naufragio (37)”. “Chi ha cercato per anni, di quelli che corrono il mare, la mitica fortezza di Jomsborg, …. Qui inaspettatamente si troverà a trovarla, adagiata, scivolata sul fondo del mare, porto estremo dopo il naufragio (38)”. Il Ciclo della crudeltà inizia con l’approdo alle rive della città assediata, quando il ‘2000’ era alle porte e “il gran Tempio /ardeva di candele (39)”. “Forse ormai il nostro cammino si avvia in un circolo cieco, in una spirale insensata, nel cuore del grande vortice (40)”. Questa frase, espressa dal navigante al plurale, è già un pronostico di caduta. L’Utopia si fa vaga e lontana, resistere è l’imperativo che governa le menti e consuma le energie. Si esaminano strategie di difesa, si studia la “relazione di una visita fatta per fortificare Firenze di messer Niccolò Machiavelli41“, si azzarda “una prima ipotesi di rappresentazione del vortice /come /spirale logaritmica (o spirale aurea) …, prima di inoltrarci … dentro sconosciuti percorsi (42)”. La memoria ricorre agli anonimi o conosciuti che hanno affrontato lo stesso travaglio e il grande vortice ha disperso il loro ausilio. La città assediata è raggiunta in treno. “aprirsi e chiudersi di porte /fuga di corridoi affollati … corazzato di ferro e transistor /mentre parla /al telefono … e non è certo che qualcuno lo ascolti … Clandestini /con occhi enormi /che vagano … Mantenere il segreto ... uomini curvi / assorti / negli schermi … del computer … unte ed inutili carte … una musica ossessiva … desiderio e solitudini disperate … E noi, difensori o invasori /questo a nessuno importa, /che disperatamente vogliamo raggiungere la città assediata /come faremo a superare /questo muro di gente? (43)“. “Le reminescenze millenarie della città (44)”, sono rese illeggibili e custodite in archivi proibiti. Dall’immenso cartaceo vengono alla luce solo inservibili cronache del recente passato che rivelano costumi in disuso o episodi identici all’oggi. Il Grande Vortice è, come il kraken, la “Metafora del male oscuro del vivere (45)”. che ognuno affronta da sempre nella propria lotta individuale e clandestina. “Ha mani di ferro il nemico. … Anche se disegnammo geometriche strategie (46)”. Alla fine, l’incendio di Borgo giunge come catarsi o purificazione: “oro, rosso e nero /folle bagnate dai riverberi corruschi … Brucia /infetto formicaio. … le antiche biblioteche /le austere facciate (47)”, ma non il male ha annientato il fuoco, che sovrasta coloro che fuggono cercando rifugio nelle nostre memorie, raccolti in immagini d’arte, in attesa di nuovi cicli, per essere assieme a noi “ad altre vastità /consegnati (48)”. Nel Ciclo della crudeltà il poeta s’interroga sull’umanità che l’insidiosa conchiglia attrae e trascina nelle proprie spire: “combattenti /o anonimi passanti nella città / oppure /barboni addormentati nei vestiboli delle stazioni /operai nei lavori stradali, /pesci del mare /vecchi che danno da mangiare ai piccioni /non vi sono /punti vitali /in questa infinita dissoluzione. Come noi è il nemico. /Noi stessi siamo il nemico (49)”. Questa domanda si aggiunge alle domande che ‘l’Incendio di Borgo’ tiene sospese mentre tiene sospesi anche “noi /superstiti stralunati /di non combattute guerre … inserite in rete /dentro paludi elettroniche (50)“.

Anna Maria Mazzoni 

Note: Portolano di mari iperborei: 1, p.27; 2, p.30; La conta di Lancelot: 3, p.32; 4 e 5, p.51; Portolano di mari iperborei: 6, p.56; 7, p.28; 8, p.73; 9, p.79; La conta di Lancelot: 10, p.48; 11, p.40; 12, p.14; 13, p.91; La fortezza marina: 14, p.55; 15, p.83; Ciclo della crudeltà: 16, p.104; 17, p.105; 18, p.109; 19, pp.118, 120; 20, p.147; 21, p.149; Portolano di mari iperborei: 22, p.14; La conta di Lancelot: 23, p.132; Portolano di mari iperborei: 24, p.18; La conta di Lancelot: 25, p.55; 26, p.95; 27, p.113; Portolano di mari iperborei: 28, p.16; 29 e30, p.20; 31, p.22; La fortezza marina: 32, pp.11, 21; 33, p.24; 34, p.61; 35, p.88; 36, pp.44,71,70,72,91; 37, p.105; Portolano di mari iperborei: 38, p.68; Ciclo della crudeltà: 39, p.20; 40,p.13; 41, p.32; 42, .pp.46, 47; 43, pp.68,60,69,68,58,71,72; 44, p.75; Portolano di mari iperborei: 45, p.73; Ciclo della crudeltà: 46, pp.165,168; 47, pp.168,163; 48, p.174; 49, p.173; 50, p.131.

 

Cara Annamaria,

ti sono grato dell’attenzione con cui hai letto e scritto di questi miei lavori che mi hanno impegnato dal 1994 al 2006. Ma soprattutto per questo tuo percorrerne a volo d’uccello i complessi itinerari, mettendone in evidenza collegamenti importanti in una scrittura impostata come un arcipelago dove è il lettore che deve attivamente navigare da un’isola all’altra. Lettore che deve verificare la praticabilità di nessi, spesso sono solo accennati e che rappresentano comunque una non sempre facile scommessa. Mi accingo a riprendere in mano il ciclo delle Armi di Thule per realizzarne un percorso ipertestuale, un’officina che probabilmente aprirò in questa stessa sede. Voglio precisare che tutto il lavoro è stato immaginato fin dall’inizio come progetto ipertestuale anche se è stato realizzato in termini lineari. Le tue osservazioni mi sono di stimolo a realizzare questo mio progetto, anche per questo ti ringrazio. Un saluto molto cordiale.

Massimo Giannotta

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