Proseguiamo con la pubblicazione dei testi di 'A Giosafat, la carne', di Lidia Gargiulo, alcuni dei quali sono stati letti al ‘Lavatoio contumaciale’ di Roma nella serata in cui è stata presentata un’anteprima del progetto multimediale di Gianni Godi ‘Il giudizio universale’, basato sul celeberrimo affresco di Michelangelo. Scrive Gianni Godi: Il progetto consiste nel dar voce, intendo dire far parlare, scaglionati nel tempo, le singole figure dell'affresco. [Segue]→
La voce e le parole che diranno saranno quelle degli autori invitati a partecipare. È previsto anche un sottofondo musicale che comporrà Tonino Amendola. È come se, entrando nella Cappella Sistina con una telecamera, avvicinandosi fino ai singoli volti dell'affresco, ci si accorgesse che i personaggi si muovono leggermente, i volti muovono le labbra e dicono qualcosa: le parole che ciascun autore ha immaginato. La sincronizzazione delle labbra, il movimento degli occhi e la mimica facciale rispecchieranno il contenuto del testo e della voce prestata da ciascun autore.
A GIOSAFAT la carne
di Lidia Gargiulo
I teologi non ci hanno pensato. Arrivano in folla, a gruppi, da soli. Li ha svegliati lo squillo delle trombe, tutti i sepolti e i cremati, i dispersi, i frantumati, gli incendiati, i trucidati, i consumati, gli affumicati, gli annegati e i divorati, sfracellati e risucchiati, cementificati, mimetizzati, dispersi. Atomi, molecole, cellule, organi, membra, corpi: e gli occhi rientrano nella luce, l’aria ritrova il corpo e si fa anima, vento del respiro in cerca di altri respiri, si fa suono in gola, voce. Voci di ferro e ruggine di terra oscura, voci di bronzo o di più puro argento, di cristallo vibrante, di flauto sospirante, rimbalzano dai corpi sui corpi e sulle rocce, tornano indietro e si raddoppiano e ancora ritornando si moltiplicano in ronzii, mormorii, fruscii, e grida e saluti e richiami tra i corpi dei risuscitati. La Valle trabocca di creature e delle loro storie, storie che tornano a vivere nell’aria, raccontano la vita per ritornare a spendere l’amore e il suo contrario, che li ha tenuti insieme sulla terra. Si chiamano le madri, i figli, gli amanti, gli amici, i fratelli, gli sposi. All’imbocco della Valle, Michele e Lucifero eseguono la sentenza del Giudice Supremo, mandano in Alto gli ammessi alla Visione e cacciano in Basso gli esclusi. Li guardano e ancora li stupisce quello che li stupì la prima volta, la consistenza dei loro corpi; che la materia sia filtro dell’esistere, che vedere, sentire, annusare, palpare, assaporare arrivino a farsi pensiero, quel pensiero che in loro, puri spiriti, va a Lui diretto senza avventura, poiché solo agli umani è data l’avventura e la gloria del tempo. Nel tempo ormai compiuto Lucifero e Michele non gareggiano più, non ha più senso conquistare anime. Funzionari di pari grado, lavorano insieme smistando il Sopra e il Sotto, si scambiano pensieri. Accanto a loro Gabriele, l’Annunciatore e messaggero, registra le destinazioni.
Michele - La chiamano storia, vero? la loro vita. Forse fu la tua caduta l’inizio della storia.
Lucifero - Scesi tra gli uomini ma io rimasi escluso dalla storia. Rimasi spirito: perdetti il cielo senza acquistare il corpo.
M - Fu il tuo castigo, vivere senza carne nel mondo della carne.
L - Anche per loro adesso la terra è stata un sogno, il tempo una parentesi, digressione volatile. Una linea si curva, compie il cerchio e torna al punto di partenza; e allora qual è il senso: allontanarsi dal punto di partenza o ritornarvi? La storia, chissà, forse va avanti solo per tornare indietro.
M - Ma loro sono stati corpi e il loro tempo non fu illusione. Guardali adesso come si cercano, come si toccano, e ancora impastano i sensi negli odori sapori suoni colori e toccamenti, e di nuovo formano coppie, famiglie, gruppi, circoli. Come quando vivevano.
L - La terra svuotata come un dentino di latte. Sbriciolati templi e stadi, strade e mercati.
M - Ma i loro corpi sono qui.
L - Per vivere in eterno. Che senso avrebbe ‘vita eterna’, ‘paradiso’, se in eterno rinunciassero a sporcarsi e lavarsi, mangiare dormire e grattarsi, essere ancora, insomma, porta dei venti e spugna degli umori? La Fine del Mondo, Michele, è appuntamento con se stessi, definitiva certezza della carne, certezza di ritrovare in fratelli, madre, padre, figli, amici e perfino nemici non l’anima, ma il corpo e la sua carne.
M- Assegnare un posto ai loro corpi sarà più complicato che conquistarne l’anima. Il Giudizio è cominciato. Inappellabili in teoria, le sentenze risultano talvolta, anzi spesso, inapplicabili per impreviste opposizioni dei giudicati.
Caso Martino De Martino. Stuprato? chi ho stuprato nei vomitoria del Colosseo… E che sono i vomitoria… Una sedicenne minorata … Minorenne, che ne sapevo che aveva solo sedici anni. Minorata, l’ho capito subito che era minorata quando mi ha detto che mi voleva sposare. Mai vista prima, mai parlato... Si è tolta le scarpe e mi voleva sposare, io l'ho sposata per farla contenta. Se si è difesa? In che senso, difesa? Voleva scappare, come fanno le donne quando vogliono quella cosa, io l'ho tenuta ferma, se la dovevo sposare dovevo tenerla ferma, no? E lei piangeva, no, piangere no, strillava, ma strillava perché le piaceva, di questo sono sicuro. Sangue? E che c'entro io colle cose delle donne? Non erano le cose? Era il sangue dello stupro? Ma non volevo farle male, giuro. Quando me ne sono andato non piangeva più, sembrava addormentata. Le sevizie? Uno schiaffo, uno solo ma ben dato, non fa male ma stordisce, me lo ha insegnato il maestro di arti marziali... Che cosa, io? un altro stupro nello stesso giorno? Ah, la signora. Ma quella era già pronta a tutto, una donna seria mica si mette a mezzanotte alla fermata del tram, no? Sì sì voleva scappare, ma lo fanno tutte, le donne sono selvatiche e strane, più gli piace più strillano. Incinta? Che ne sapevo che era incinta, non lo sapevo ve lo giuro. No, non l'ho lasciata andare, ormai era cominciata, non potevo fermarmi, è più forte di me. Ma che violenza, sono solo impulsivo, che posso farci. Ancora, che ho fatto ancora, ho schiaffeggiato mia madre e mia nonna? Ma quando io dico mi servono soldi e loro non me li danno perché dicono i soldi servono a pagare l'affitto a quella vacca della padrona di casa che non sa più dove metterli, i soldi, e a me invece serve una moto che ce l'hanno tutti i miei amici e io solo sono rimasto a piedi... Le donne con le buone non ce la fanno a capire... Che dite, ho vissuto bestialmente? Bestialmente? Ma siete mai venuti sulla terra, voi, nei giorni feriali, vestiti da uomini e non da angelo e nemmeno da diavolo che tutti vi riconoscono e si mettono sull'attenti, siete mai venuti? Che significa ‘bestialmente’, che giravo con un coltello a molla? A me le armi da fuoco mi fanno paura, che ci posso fare. No, non mi sono mai pentito, che ne sapevo che morivo a venticinque anni, senza malattia e senza preavviso. Lo avevo accoltellato e steso, girai le spalle e me ne andai, e lui si rialza e me lo trovo dietro con la pistola in mano. Io le armi da fuoco non le posso vedere, ve l'ho detto, e allora con una mossa da maestro l'ho buttato a terra con un'altra coltellata e mi sono detto: devo mettermi al sicuro prima che si rialzi. Un treno, una Maserati, non so che ero, e a casa ci sono arrivato con la bocca piena di chiodi, così mi sentivo, il cervello fuori dalle orecchie, come un dentifricio spremuto. Sono giusto arrivato a cadere sul letto e tutto finito. Infarto. Come facevo a pentirmi? E poi di che dovevo pentirmi, di morire? Certo che era un peccato morire a venticinque anni, ma di questo non dovevo pentirmi io. All' inferno? mi mandate all’Inferno? E io sarei il peggio della terra? Ma allora la Prima Comunione non vale niente? Io dopo la Prima Comunione sono andato tutte le domeniche, per sei mesi di fila, a confessarmi e comunicarmi da don Raffaele il parroco. E dicevo anche l'atto di dolore per i miei peccati che poi figuratevi, erano peccati di bambino. Adesso ragioniamo un poco: io per sei mesi della mia vita, nell'età che il corpo di un ragazzino cresce a vista d'occhio, io mi sono nutrito della carne e del sangue del nostro Salvatore Gesù. È vero o non è vero che l'ostia della Comunione è corpo e sangue ve-ro! di Gesù Cristo? È vero o non è vero che quello che mangiamo diventa carne della nostra carne? Se dite che non è così allora io ho più fede di voi. E allora, volete mandare all' Inferno, assieme a me, la carne e il sangue di Gesù Cristo? -Gabriele hai scritto? Devi scrivere tutto quello che dicono, e non parlare, non interloquire, non aggiungere, non commentare, non pensare. Scrivi anche: ‘La sentenza è sospesa. Il caso si propone al riesame’. - Vedi, Michele, come sanno ragionare gli uomini. - Hanno imparato da te. - Lui mi scacciò dai Cieli ma non mi tolse l’intelligenza. Mi vendicai così, insegnando a loro l’arte di ragionare. - E adesso tutti a ragionare. - A persuadere … - Come facesti tu, quando nel Giardino lusingasti l’Uomo e la Donna chiamando ‘conoscenza’ il frutto della disubbidienza.
Caso Pietolini Virgilio. Onoratissimo. Avevo trentun anni, ed erano le cinque e tre minuti di domenica. Ma per noi era ancora sabato, quel grandioso sabato che puoi fare tutto e la notte non finisce mai e più cose fai più il sabato si allunga. Il rambo della disco ci aveva detto A casa ragazzi, si chiude; ma cominciava appena l’effetto dell’ultima pasticca e allora Al fiume - disse la Gilda – facciamo il battesimo al tuo fuoristrada. Erano tre i fuoristrada, il mio era alla prima uscita, l'unica creatura vergine della comitiva. E andiamo dissi, e andammo. Il torrente è largo solo cinque metri, da ragazzo lo guadavo in bici, figurarsi in fuoristrada ... Entrai da solo, la Gilda non la volli aspettare che era rimasta indietro a vomitare, la vado a prendere dopo, pensai. Ma quando ci fui dentro l'acqua non era acqua, mi saltava addosso dall'alto e veniva dal basso, piroettava attorno a me e al fuoristrada, e dentro c’erano tutti i diavoli dei fiumi a picchiare con le clave e con le fruste, e il fuoristrada impuntato era un cavallo fottuto di paura, e dopo un po' anche il motore, addio rombo addio motore. La lascio qui, pensai, me ne vado, domani vedremo. Ma i diavoli del fiume mi buttarono in acqua e con le pertiche mi tenevano la testa sotto e l’acqua urlava maledetta e mi voleva morto. Mi fracassai contro una roccia e non sentii più niente, nemmeno la sirena dell'ambulanza, l’aveva chiamata la Gilda, col cellulare. Vita balorda, dice la gente, ma voi che ne sapete del sabato dopo sei giorni inutili di noia? I miei genitori hanno fatto bene a donare il mio cuore a Cesira. Cesira è una brava ragazza, ma dalla vita si aspettava solo la morte, perché al posto del cuore Cesira aveva una pompa sfiatata, ci era nata con la pompetta sfiatata che invece dell’ossigeno si riempiva di anidride carbonica, lo sapete che vuol dire, vero? Io sono contento che col mio cuore da campione Cesira poté fare l'infermiera, diventare forte e fare il bene come una santa, così la chiamavano in ospedale: la santa. E allora è giusto, è giusto mandare Cesira in Paradiso, e dove andare se no. Però, come si dice, a ciascuno il suo. Il mio cuore adesso me lo riprendo io e Cesira si riprende la sua pompettina spompata, per la legge della resurrezione della carne, no? Donadio Cesira andrà Sopra, se lo merita, ma ditemi voi: avrebbe potuto essere quella santa infermiera che è diventata senza quel cuore nuovo che prima stava dentro di me? E allora il cuore che lei portava dentro, il cuore che veniva dal mio corpo, merita o non merita, secondo voi, la Visione di Dio nel vostro Paradiso? Parlo del cuore, non di me; il mio cuore al posto del mio cuore, nella mia cassa toracica, si dice così? in questa gabbietta di costole a cantare la Gloria del Signore, punto. Quindi io rinuncio all'Inferno e vado in Paradiso per accompagnare il mio cuore, sono o non sono il legittimo contenitore del mio cuore? Se poi secondo voi non sono degno di godere mi sforzerò di non godere, promesso. E il cuoricino di Donadio Cesira, la pompettina spompata che non serve a niente, ridatelo a Cesira, sistematelo voi. Dove volete. - Scrivi Gabriele: La sentenza è sospesa. Il caso si propone a riesame.
Caso Bellamura Maria Luigia.
Sissignore, prostituta, dai tredici anni in sù. Costretta. Dalla necessità. E non mi venite a dire che abbiamo intelletto e libero arbitrio per distinguere il bene dal male. La costrizione, voi dite, non è un'attenuante. E va bene, non attenuiamo, ma per favore non parliamo di Vergini e Martiri che preferirono la morte del corpo alla morte dell'anima. Le sante sono tutte principesse e nobildonne, in ogni caso benestanti, e non hanno fame, e beate loro che hanno le idee chiare sul bene e sul male. Io quando portavo i soldi a casa pensavo di fare il bene di mio padre che era malato di tisi, e lo sapevo di fare male, ma solo a me, e chi si sacrifica per la famiglia merita qualcosa più dell’Inferno, non vi pare? Va bene, va bene, ci vado all'Inferno, figuratevi se mi aspettavo qualcosa. Tenetevelo, il vostro Paradiso, datelo ai ricchi, datelo alle suore, datelo a mia madre che poveretta sapeva solo piangere e piangerebbe su di me disgraziata anche in faccia alla gloria del Padreterno. Una cosa però sia chiara: li vedete questi due pozzi neri sulla faccia? Guardateli bene, mi tolgo le lenti così vedete meglio. Le lenti scure me le hanno messe all'obitorio, me le hanno lasciate anche nella bara. Il vescovo mi ha seppellita a spese della Santa Chiesa, mi ha fatto dire anche la messa di suffragio, è stato buono, il vescovo. Brava persona il vescovo. Mi ero addormentata con la sigaretta in bocca, sprofondata nel sonno dopo una nottata polare, e questi materassi moderni prendono fuoco che è una bellezza. Insomma nel sonno, ustionata. Nell'astanteria del pronto soccorso ci sono rimasta sì e no qualche minuto, poi sono partita, me ne sono andata, insomma spirata. Ma ero intera, capite? Avete visto che cosa mi manca? Mi mancano due occhi perché ne avevo due, se ne avevo tre me ne mancavano tre. Me li hanno tolti anche un po' prima che morissi, forse, chi si ricorda. Anni ventisei e undici mesi, ne mostravo un po' di più ma i miei occhi erano azzurri acquamarina, e li rivoglio. Ma dove li hai presi questi occhi che nella famiglia sono tutti mori, mi diceva la gente, ma come sono belli questi occhi azzurri acquamarina. E negli incontri professionali, parlando con creanza, Apri gli occhi mi dicevano i clienti, tienili aperti che mi eccito meglio. Anche davanti ai mostri li dovevo tenere spalancati durante le porcherie, con rispetto parlando, tutti se li volevano godere i miei occhi che non c'era bisogno di truccarli, semmai smorzarli, tanto splendevano. E io, Bellamura Maria Luigia, all'Inferno ci voglio andare con gli occhi che mi ha dato l'Altissimo quando mi ha fatto nascere. Io non sono nata con queste due voragini e nemmeno con le lenti nere da sole, di lenti scure non ne ho mai voluto sapere, nemmeno quella settimana che stetti al mare a Rimini in faccia al sole di agosto. Suor Maria Gabriella dell'Annunciazione, dell'Ordine della beata Stefanina, cieca dalla nascita, ha avuto un bel regalo dal vescovo, e indovinate che era questo regalo? Un paio di occhi azzurri acquamarina; e di chi erano questi occhi azzurri acquamarina? Erano i miei, sissignore, i medici non chiesero il permesso a nessuno, non c’era nessuno per me né al pronto soccorso né dopo all’obitorio. Ma Suor Maria Gabriella dell’Annunciazione non può scappare in Paradiso cogli occhi miei, se lo guardi con gli occhi suoi, l'Altissimo. Trovateglieli, i suoi occhi, rimetteteglieli nelle orbite sante. Che state dicendo, che sarebbero comunque occhi ciechi? E fate un miracolo, voi che li sapete fare; io per me rivoglio i miei occhi azzurri acquamarina. Che me ne faccio? Ci voglio contemplare l'Inferno.
- Scrivi Gabriele: La sentenza è sospesa. Il caso si propone a riesame.



