27 gennaio
Scorreva lungo i secoli il tappeto dell’odio
per gli erranti guida rossa per le marce dei volenterosi;
quando perciò un manipolo di folli
chiese l’oro per macchine da guerra
e rancio dei soldati
dissero ‘Patria’, ‘Popolo’, nominarono Cristo
e fu deportazione esproprio sparizione.
A primavera le cicogne disegnavano
bianchi saluti nell’azzurro sopra i
cancelli ARBEIT MACHT FREI
nelle baracche vibrazioni di viscere d’agnello →
su corde di violino; era buona la musica e l’ingranaggio era perfetto
perfetto anche il progetto di mandare in fumo
l’ingombro di quei corpi consumati
verso quel dio scaduto che li abbandonava.
A lavoro compiuto nessuna traccia e Dio era con Noi.
Ma i cancelli si aprirono e il mondo seppe
anzi non seppe, preferì stupirsi:
In-credibile
In-possibile
In-umano
piangeva il Coro sulle ceneri, e intanto
nello stesso mondo che
-non aveva veduto
-non aveva saputo
-non aveva creduto
qualcuno già allestiva per gli stupori postumi gli
in-credibili
in-possibili
in-umani
bagliori di Hiroshima e Nagasaki.
Dopo Auschwitz non più poesia:
dice bene il Filosofo
ma non sarà il silenzio della cetra
a fare giusto il mondo:
l’orrore è pieno di inventiva, di varianti
e riedizioni dai nomi accattivanti,
perfino in forma di innocenza l’accaduto
riaccade se in cecità tranquilla
regoliamo il tempo sui quadranti da polso
della nostra normalità
e non ci insospettiscono i cancelli.
L’indecenza dello stupore, dopo...
(Lidia Gargiulo)



