8 marzo - Femminismo che rebus! - di Francesca Fiorletta

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Femminismo che rebus - performance di Tomaso Binga -Martedì 8 marzo 2011 Pomeriggio 'enigmatico' nella Sala Dante Palazzo Poli, a Roma, in occasione della chiusura della mostra Ah, che rebus! Cinque secoli di enigmi fra arte e gioco in Italia, curata da Antonella Sbrilli e Ada De Pirro, con la consulenza di Stefano Bartezzaghi, la collaborazione di un folto gruppo di studiosi per il catalogo, e il sostegno dell'Istituto di Calcografia Nazionale per la parte organizzativa.

Nel dare il benvenuto ad un folto numero di studenti, appassionati e curiosi, all'atto conclusivo della manifestazione 'Femminismo che rebus', Maria Antonella Fusco, storica dell’arte, Direttore del Centro per i Servizi educativi del Museo e del Territorio - Ministero per i beni e le attività culturali, ha sottolineato il bisogno stringente, "come moto dell'anima e dell'intelligenza umana" ,di instaurare un dialogo originale fra quelle che sembrano, a prima vista, le forme più disparate di espressione artistica. Ecco dunque scendere in campo il Rebus, antichissima "attitudine mentale" ancora oggi insperatamente diffusa, ad incarnare il desiderio mai pago di giocare con le varie determinazioni del linguaggio, tra sinestesie dadaiste e plasticità futuristico-futuribili. Graditissima madrina della serata non poteva che essere Tomaso Binga/Bianca Menna, esponente di spicco della poesia verbo-visiva e sonoro-performativa italiana, che ripercorre con piglio ironico e dissacratorio le variegate suggestioni dalla tradizione artistica, dal Cabaret Voltaire al filone classico e avanguardistico, mescolate alle privatissime esperienze dei suoi primi 80 anni ("40 + 40" tiene spesso a precisare lei stessa, in un'ancora dicotomica rappresentazione di sè). Stefania Zuliani, ricercatore presso il Dipartimento di Beni Culturali, dell'Università degli Studi di Salerno, punta subito l'attenzione proprio sul così definito "paradosso dell'unione", (celebrata addirittura a guisa di connubio matrimoniale, nel 1971) che in Tomaso Binga/Bianca Menna emerge preponderante già dalla scelta anagrafico-artistica, e che percorre come uno squarcio fulmineo tutta la sua carriera, sempre ed ancora in corsa verso quell'"arte totale" in cui è il corpo stesso a farsi linguaggio, un linguaggio sagace e in costante divenire, in cui suggestioni e sinestesie inglobano suoni e segni in un unico, inscindibile vortice di senso. Così, nell'ansia della trasformazione ininterrotta di sè e del mondo, si materializza nei versi di Tomaso Binga/Bianca Menna una consonanza inspiegabile tra "utopia ed esperienza" nella sperimentazione endemica di un'avanguardia che risulta innanzi tutto una personale presa di coscienza delle dinamiche sociali che strutturano il nostro presente. Questo il senso profondo di poesie come La Storia,sempre colpevole e denigratoria dell'intelletto umano, o La Bandiera, quel vessillo italiota intessuto di colori spregiati, inversamente simbolici, che andrebbero piuttosto allegoricamente sostituiti con un'intelligente rinascita cromo-culturale. C'è spazio anche, naturalmente, per il rapporto col femminile, avulso da partitiche degenerazioni facilone, bensì rivalutato nella sfera sensibile del bisogno intimo di raccontare se stesse e gli/le altri/e, per ricomprendersi poi in una lettura più ampia. Ti scrivo solo di domenica: è una raccolta di 52 lettere, scritte da donna immaginifica a donna immaginata, nell'arco appunto di un anno, a delimitare l'itinere di un viaggio che è prima di tutto emotivo ed intellettuale, dentro e fuor di metafora, conclusosi con l'esortazione a "guardare le nuvole", in un hic et nunc dal quale non occorre nè basta fuggire, che determina un presente apparentemente statico da manipolare altresì attivamente, in cui è necessario "aprire gli occhi" ogni giorno, a se stessi e a chi si crogiola nell'idillio fascinatorio di un'improbabile fissità. Molte, dunque, le esperienze di Tomaso Binga/Bianca Menna e del suo pensiero che si fa concretezza, con lo sguardo severamente giocoso e la scrittura graffiante e disillusa di una donna che porta la firma di un uomo, in bilico fra l'"impreco nella ragione" di una novella Penelope e il ricordo amaro di una Marylin Monroe, con la sua epigrafica, esemplare assunzione: "ero dolce, ero bionda, ero sola e sono morta". La performance si conclude con un piacevolissimo intervento di Antonio Amendola, che, oltre ad invocare con la poetessa stessa e col supporto corale del pubblico in sala, la materializzazione di un sonante e distonico, che risvegli parossisticamente le coscienze sopite, sottolinea l'importanza di un lavoro eternamente critico e proficuamente zelante in tutti i campi, dell'arte e della vita: un impegno che sia salvifico per (e grazie a) tutte le donne, e soprattutto per questa nostra Italietta da Rebus, perdutamente indecisa fra occorrenze e ricorrenze, quanto ancora attonita e "malandata"

. Francesca Fiorletta

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